10/09/2014 10:42 | POLITICA - INTERNAZIONALE | Autore: Dante Comani*
Benvenuti nel Donbass. Il reportage

Tutti
gli anni nel giorno della vittoria a Donesk viene organizzata una parata
militare. Nessuna prova di muscoli ma solo una sfilata, molto partecipata, di
reduci ma anche semplici cittadini, studenti, lavoratori che ogni 9 maggio si
danno l’appuntamento per una commemorazione ancora molto sentita. In
quell’occasione dal museo della memoria della città, un luogo che ricorda il
prezzo che i sovietici pagarono per liberare se stessi e l’Europa dal nazismo,
viene rispolverato un carro armato T34 parcheggiato per il resto dell’anno
all’ingresso del museo. Questo cimelio, ancora funzionante, percorre poche
centinaia di metri lungo le vie principali della città subito seguito dai
reduci, sempre meno, e da figuranti con le divise storiche dell’armata rossa.
Questo gigante d’acciaio tra sbuffi, rumori assordanti e una coltre nera di
fumo riesce sempre a garantirsi il suo quarto d’ora di celebrità, ma quello che
fu un mezzo temibile che mise in crisi gli invincibili panzer con la croce di
ferro di Guderian ormai riesce tutt’al più a impressionare i tanti bambini
presenti alla parata. Se oggi vi capita di passare per Donesk, una città di un
milione e mezzo di abitanti, quotidianamente bombardata dall’ esercito ucraino
e con interi quartieri ormai ridotti ad un cumulo di macerie, vi potrà capitare
di incontrare lungo una delle principali arterie che collegano la città
assediata, proprio quel T34 che, a 70 anni dalla sua ultima missione, è stato
costretto, suo malgrado, a tornare in servizio. Perché a Donesk, come a
Lugansk, come a Sloviansk, e nelle altre città dell’Ucraina orientale sembra di
essere tornati alla grande guerra patriottica. Non solo per i forti sentimenti
antifascisti della totalità della popolazione del Donbass, che hanno trasformato
questa guerra in un conflitto contro il male assoluto ma soprattutto perché i
mezzi e le armi in mano ai ribelli sembrano usciti da un set cinematografico
sulla seconda guerra mondiale. Non passa giorno, è vero, senza che i media
occidentali non tirino fuori scoop, foto satellitari, dossier dei servizi di
mezzo mondo, che provano il passaggio di corazzati, mezzi ad alta tecnologia e
forze speciali dalla Russia. Di tutto questo naturalmente non viene fornita
nessuna prova documentata eccezion fatta per qualche foto satellitare che ci
mostra, rigorosamente dall’alto, dei rettangolini scuri che, solerti analisti
dell’alleanza atlantica, ci dicono essere i micidiali aiuti militari inviati da
Putin. Eppure un osservatore imparziale o semplicemente più attento, basandosi
unicamente sulle numerose immagini provenienti dalle tv di mezzo mondo, non
faticherebbe ad accorgersi che le milizie popolari sembrano più la classica
armata di straccioni che quella temibile macchina da guerra che si vuole far
credere. Un’armata efficiente, sia chiaro, ma con uomini in mimetica e scarpe
da ginnastica, adolescenti imberbi con moschetti del 1940, mezzi improbabili
adibiti a trasporto truppe, pezzi d’artiglieria antidiluviani. Insomma non
bisogna essere usciti dall’accademia di West Point per capire che le tante
elucubrazioni su un intervento mascherato di Mosca sono solo fantasie utili a
chi fa il gioco della Nato. Facciamo a capirci. I militari russi presenti nel
Donbass sono migliaia. Ma chi pensa che questi uomini siano li su incarico di
Putin fa nella migliore delle ipotesi un torto alla realtà. Lo zar Putin sta
trasformando la Russia e la sta preparando alle sfide geopolitiche che la
attendono nei prossimi anni. Ma su questo, per ora, non vogliamo entrare.
Quello che ci interessa è che l’esercito è una di quelle istituzione che è
stata maggiormente interessata da questa riorganizzazione. Decina di migliaia
di militari dell’armata rossa tra i quaranta e i 60 anni sono stati negli
ultimi anni messi in congedo forzato per fare spazio alle nuove leve uscite
dalle accademie miliari. In gran parte veterani dell’Afghanistan, della
Cecenia, dell’Ossezia, una intera generazione di combattenti si è ritrovata
relegata ad un angolo con i saluti di Putin. Il conflitto in Ucraina ha rappresentato
per questi uomini una nuova ragione di vita su di un livello però totalmente
nuovo e cioè sulla difesa di una identità non banalmente etnica ma di valori.
Migliaia di loro, infatti, hanno fatto propria la nuova bandiera della
Novorossiya che qualche sciocco ritiene scandalosamente simile a quella
confederata della guerra civile americana. In realtà questa bandiera è la
fusione di due antiche bandiere rivoluzionarie, quella completamente rossa dei
bolscevichi del 1917 e quella con la croce di s.andrea blu su sfondo bianco
issata sull’incrociatore Aurora che con i suoi colpi diede il via alla presa
del palazzo d’inverno. Una simbologia forte, chiara ed estremamente partigiana
che non lascia spazio a dubbi di sorta. Sotto quella bandiera sono accorsi Russi,
Uzbeki, Mongoli, kazaki tutti a combattere il nemico giurato di sempre. Per
molti osservatori sono mercenari, ma si fa veramente fatica ad immaginare un
mercenario senza stipendio, perché di questo si tratta. Il Donbass militarmente
è diviso in 6 zone autonome l’una dall’altra. Ogni zona comprende diverse città
e ha un suo comando della milizia. A questa spetta la difesa e la gestione
delle migliaia di profughi che cercano riparo oltre confine. A spiegarci questo
è Andrey C., del comando del distaccamento di Lugansk, che ci accoglie con
indosso una inequivocabile tshirt con l’immagine del “Che”, in una stanza con
le finestre in frantumi situata in quella che una volta era la sede del comune.
Da lui, scopriamo che le repubbliche popolari che si sono costituite negli
ultimi mesi nelle tre principali città del Donbass sono amministrate da
“consigli” di cittadini, che, quello che rimane del comparto minerario, colpito
chirurgicamente dall’esercito di Kiev, è autogestito anch’esso da consigli dei
lavoratori che versano parte delle rimesse ottenute alla milizia e che a
questa, oltre ai compiti di difesa viene demandata la questione degli
approvvigionamenti e la non facile gestione dei flussi delle centinaia di
migliaia di profughi che cercano rifugio in Russia. In realtà non c’è una
grossa differenza tra questi organismi visto che tutti possono partecipare
all’una come all’altra. Uomini e donne, di ogni età, li vedi effettivamente
correre per le vie semi deserte abbigliati con uniformi variopinte,le
caratteristiche magliette a righe orizzontali bianconere della marina, le
mimetiche dell’esercito ucraino e russo saccheggiate nelle caserme occupate, le
divise blu della polizia della città passata coi ribelli. Un popolo in armi.
Andrey ci dice che l’esercito ucraino continua a bombardare le città perché non
ha il coraggio e la forza per entrare. “Questo non significa che siamo al
riparo, anzi forse in termini di vite sarebbe meglio uno scontro diretto fuori
dai centri abitati ma purtroppo non siamo noi a deciderlo. Ci accusano di farci
scudo con i civili ma qui ognuno ha fatto la sua scelta”.
Quasi duecentomila profughi hanno potuto attraversare il confine russo grazie
ad un corridoio che è stato reso sicuro, armi alla mano, proprio dalla milizia
con costi umani elevatissimi.
“Abbiamo chiesto aiuto alla comunità internazionale, alle Nazioni unite, alla
croce rossa internazionale, affinchè garantissero loro un corridoio umanitario
ma l’esodo dei civili verso il confine russo è stato oggetto di sistematici
attacchi dell’aviazione e dell’artiglieria di kiev. Un esercito che si
accanisce in questa maniera contro i propri connazionali credo che non si sia
mai visto in queste proporzioni. “
Chi è rimasto, è rimasto per combattere. Come Vassiliy, un professore di
letteratura delle scuole superiori, comanda una batteria composta da quattro ml
20, cannoni che sparano proiettili da 122mm. Armi temibili nel 1943, un pò meno
oggi. La sua compagnia è composta da circa 40 persone e tra queste ci sono 8
suoi alunni. Questi, tutti 16 enni, ci dicono che il fascismo è l’ebola del
mondo ma nella Novorossiya hanno trovato la cura e ridono mostrandoci
orgogliosi i loro moschetti moisin nagant del 1941.
Uno di loro ci dice che vinceranno la guerra, perché i russi non cominciano mai
le guerre, le vincono e basta.
“Putin sta giocando una partita a scacchi con l’occidente.” Si fa serio un
altro. “Per un po di tempo noi siamo stati addirittura i pedoni ma si sa che il
diavolo fa le pentole e non i coperchi. Alla fine a forza di giocare tra
diplomazie qui abbiamo fatto i soviet e questo di certo non è andato giù a
nessuno”.
“Dobbiamo molto alla Russia sia chiaro, anzi dobbiamo molto ai russi. Sono i
nostri fratelli. Ma noi non vogliamo annetterci alla Russia. Noi siamo la
Novorossiya che vi piaccia o no.”
Pavel C., maggiore siberiano dell’armata rossa è probabilmente l’unico militare
vero del gruppo.” Qui ho ritrovato un motivo per combattere, nuovi compagni,
non puoi non sentirti parte di qualcosa più grande di te. Io sono cresciuto e
sono stato formato nel mito della lotta vittoriosa al fascismo e oggi può
apparire incredibile ma sembra di essere ritornati indietro di 70 anni. “
Il professor Vassily riprende la parola e ci dice che non è d’accordo con
quanti paragonano il Donbass alla Spagna repubblicana.
“ Innanzitutto non abbiamo le brigate internazionali e neanche un minimo di
solidarietà . Tutto il mondo è contro di noi. Siamo noi i cattivi. Così cattivi
che ci siamo portati la guerra in casa nostra, così dispotici che prendiamo le
decisioni votando, così nostalgici che innalziamo al cielo con orgoglio
bandiere ritenute bandite. Ma voi che fareste?Un giorno ci siamo svegliati e ci
hanno detto che non potevamo più parlare russo, che gli amministratori che
avevamo eletto dovevano essere sostituiti, che i contratti di lavoro andavano
rivisti, le nostre miniere vendute all’estero, la nostra storia e i nostri
simboli cancellati e abbattuti. Addirittura ai reduci di guerra sono state
tolte le pensioni perché colpevoli di aver lottato dalla parte sbagliata. Vi
sembrerà incredibile ma anche in quel frangente non abbiamo detto niente. Ma
poi c’è stata Odessa. Un massacro.E da quel momento abbiamo finito di essere
Ucraini, per sempre”.
La
realtà è molto complessa. Per qualcuno non è così. Analisti d’accatto, giornalisti
prezzolati, freelance
( più lance che free), blogger tuttologhi, sono categorie antropologiche che
hanno sempre la soluzione sotto controllo, una capacità assoluta di
interpretare e decodificare la storia e a volte anche la geografia. Per noi non
è così, rimaniamo pieni di dubbi, di incertezze, soprattutto quando ci si trova
di fronte a fatti epocali, che si percepisce influenzeranno quello che sarà il
mondo nel prossimo futuro. Negli ultimi anni ne abbiamo lette e sentite di
cotte e di crude ma, per nostra natura, abbiamo sempre preferito discutere e
studiare senza contribuire a quella immane produzione di carta, non sempre
elettronica, documenti, dossier, memorandum, che avevano la pretesa di
spiegarci dove stava andando a finire questo mondo. Dalle primavere arabe
all’Iraq, dalla Siria alla Palestina passando per i perenni conflitti
centrafricani è stato detto e scritto tutto ed il contrario di tutto, un
relativismo esasperato che ha giustificato e resa leggittima qualunque
posizione anche la più falsa e ignobile. Proprio come sta accadendo per il
conflitto in Ucraina.
Noi ci siamo stati. Abbiamo visto e vissuto seppur per poco tempo la realtà
drammatica di una guerra uguale a tante altre e abbiamo potuto misurare una
partecipazione popolare senza precedenti nell’europa del secondo dopoguerra. Ma
il Donbass non è la Siria, né Gaza e non è neanche la repubblica spagnola del
’36. Il Donbass è il Donbass. Anzi, per meglio dire, il Donbass è Novorossiya.
Questo è uno punti fermi insieme a pochi altri: la natura profondamente
antifascista del movimento nel Donbass, la novità dell’autogoverno di città con
milioni di abitanti ed il tiepido e sempre più imbarazzato appoggio della
Russia a queste esperienze. Nell’Ucraina orientale si sta sperimentando qualcosa
di nuovo, sotto le ceneri di una storia che sembrava definitivamente consumata
riemergono le fiamme di simboli e pratiche dimenticati. Un popolo che si fa
protagonista, circondato da forze preponderanti, schiacciato dalla forza della
propaganda, oltraggiato e vilipeso anche e soprattutto da chi, in ogni parte
del mondo, è sempre pronto a misurare il livello di radicalismo e a giudicare
la bontà delle parole d’ordine altrui. Questo scarno resoconto è per quei
compagni, per fortuna non pochi, che fin dall’inizio hanno saputo leggere la
reale portata della crisi ucraina, le sue possibile ripercussioni e soprattutto
la vera natura dei movimenti del Donbass. Non basteranno centomila cornacchie
urlanti dai loro siti a scalfire il nostro giudizio su quanto visto e su quanto
ci aspettavamo di vedere. Lasciamo a loro il dibattito su mercenari e
contractors russi, rossobrunismo, imperialismo russo, oligarchi, gas, zarismo.
Per fortuna sono inutili come le loro tesi.
A
Stakanov una città a pochi chilometri dal confine russo, una statua di Lenin,
come di consueto,si erge nella piazza centrale. Sul basamento grigio di cemento
armato moltissimi studenti delle elementari, nelle settimane iniziali della
crisi, avevano attaccato i loro disegni colorati. Alcuni di essi sono sopravvissuti
alle intemperie e agli sconvolgimenti delle settimane successive. Su uno di
questi, un Lenin sorridente e gigantesco, schiaccia un carro armato, su un
altro afferra un missile con le mani salvando le case sottostanti ed i loro
occupanti, su un altro ancora dei miliziani fanno la guardia alla sua statua
circondata di bambini. E sono poco più che bambini anche i tre miliziani che
fanno realmente la guardia alla statua del padre della patria. Nel 2014 c’è
ancora gente disposta a questo. Ma chi glielo fa fare? La risposta è su uno
striscione bianco di una decina di metri proprio alla sinistra di Lenin: “ESLI
PADAT’, TO VMESTE”, recita.
Se cadrai, cadremo insieme.
Benvenuti nel Donbass
*Dante Comani e un gruppo di compagni di ritorno da Donesk